La fabbrica della paura
Paura, tensioni sociali, un’ estate segnata dall’insicurezza e dall’angoscia che si legge sui volti dei cittadini, nativi e migranti. Gira come un gigantesco tritacarne il moltiplicatore mediatico messo in moto dal governo della Lega nord, che oggi è egemone in questo paese e mette in campo politiche xenofobe e antimeridionali. La fabbrica della paura enfatizza le angosce dei cittadini e nasconde la verità dietro una esasperata quanto odiosa caccia all’uomo nero. Nasconde una crisi economica oggi senza uscita che determina un progressivo peggioramento delle condizioni di vita della gente, del Sud, dei napoletani.
C’è un filo che unisce la lotta contro chi chiede l’elemosina ai caselli di convulse arterie autostradali, contro chi prega sui marciapiedi, contro chi reclama a gran voce una casa e un lavoro sia egli italiano o straniero. Oggi tutto comincia ad essere più chiaro: la tensione serve a nascondere i tagli alle pensioni minime, la cancellazione dei sistemi di protezione sociale, il mancato sostegno ai Comuni del mezzogiorno. A questo serve la politica del manganello, a nascondere il fallimento dello slogan “meno tasse per tutti”, la trappola in cui tutti sono caduti anche i cittadini del sud, anche le forze democratiche e le forze di sinistra. La storia dei migranti che chiedono non solo un alloggio, ma chiedono soprattutto di essere trattati come tutti i cittadini ci riguarda da vicino. Come è carne di questa Città la battaglia dei senza lavoro quelli organizzati e quelli silenziosi, la quotidianità faticosa delle persone con disabilità, la storia difficile di tanti giovani napoletani che lasciano questa città alla ricerca di un futuro possibile, la difficile vita degli omosessuali.
Oggi la politica, le istituzioni laiche e religiose si misurano con la propria inefficacia, con una politica sociale ed economica, comune ai governi che in questi anni si sono alternati alla guida dell’Italia, che non riesce a proporre soluzioni concrete, nè la strada per una crescita possibile e sostenibile. La sensazione diffusa è che il patto sociale in questo paese rischia di saltare, che l’indirizzo del governo della lega nord è improntato all’egoismo sociale consapevole. Gli ultimi devono restare ultimi, non c’è più una politica inclusiva di coesione sociale, la scelta è quella di mantenere il mezzogiorno in condizioni di sottosviluppo legittimando poteri criminali e aprendo la strada alla deregulation più selvaggia, la politica è ai margini, la logica che ha il sopravvento è quella del non intervento lasciando vivere fino in fondo la giungla del mercato. Giulio Tremonti nel suo “La paura e la speranza” parla della globalizzazione come di qualcosa “pensata da lungimiranti e realizzata da fanatici” descrivendo in modo efficace la necessità di intervenire per regolare il mercato e l’economia, peccato che nelle sue politiche di governo è visibile solo la paura e non c’è per il sud nessuna traccia di speranza. Certo la storia di Mohamed e dei 100 migranti di Pianura è una vicenda emblematica che non deve lasciarci indifferenti. Oggi è chiaro, il metodo di governo di Berlusconi e soci è quello dell’emergenza, dello stato eccezionale, e dietro questa cortina fumogena si abbatte la scure dei tagli, impugnata da una destra che taglia diritti e mette in discussione la vita dei cittadini. Oggi è il turno delle pensioni, ma ancora altro cadrà sotto la mannaia e nel frattempo gruppi di “militonti” contribuiscono ad alimentare l’intolleranza. Non lasciamoci ingannare dalle arti magiche e dalle illusioni Berlusconiane in salsa leghista, dobbiamo fermare la fabbrica della paura. In questi mesi la dialettica culturale e politica vive una involuzione inquietante, mi verrebbe da dire agli amici del PD: “I’m sorry we can’t!” E’necessario capire che stiamo vivendo il tempo amaro della sconfitta. Non parlo della debacle elettorale, che pure è evidente, piuttosto della sconfitta culturale che chiede di interrompere questo disgustoso balletto che chiamiamo fair play democratico e invoca la costruzione di una vera opposizione sociale nel paese.
Dobbiamo essere capaci di ricostruire il rapporto tra nord e sud, di far vivere un protagonismo delle giovani generazioni. Dobbiamo essere capaci di innovare la nostra idea e la nostra proposta per la crescita del Mezzogiorno e a questo le Amministrazioni delle grandi città del Sud possono e devono dare un contributo importante. Dobbiamo partire da due autocritiche indispensabili per andare avanti: il modello di politica economica e di sviluppo promosso in questi anni è stato un fallimento, ha determinato solo la crescita delle povertà; la legge Bossi – Fini è una legge inefficace e dannosa come certifica il governo proclamando lo stato di emergenza.
La crisi della politica continua a occupare le pagine dei quotidiani locali e nazionali, a impegnare improbabili maitre à pensertalk show televisivi che assillano le serate degli italiani con una raffica di sentenze apodittiche vuote di senso e che non offrono al paese alcuna prospettiva di cambiamento. Siamo convinti che questa crisi che appare acuta e irreversibile sia una male che affligge solo la politica? Siamo certi che non ci sia una profonda crisi di senso e di ruolo di tutta la società italiana? Siamo certi che gli assunti intorno a cui ruota il modello di sviluppo dominante siano davvero fondati? A Napoli siamo nel cuore di questa crisi della società e della politica, a Napoli e in tutto il mezzogiorno la crisi è più forte, ma presto riguarderà tutte le aree metropolitane, e oggi come in tutte le fasi acute di una crisi, si è smarrita la lucidità. Non siamo tutti uguali, siamo diversi, non siamo tutti ladri, non siamo tutti fannulloni,non siamo tutti in cerca di assistenzialismo, non siamo tutti omofobi e sono proprio tutte queste differenze che dobbiamo mettere al riparo dalla gogna mediatica, riaprendo un confronto leale, che valorizzi le differenze e non sia affascinato dalla smania di potere inteso come strumento di dominio dell’uomo sull’uomo. Per organizzare la speranza e sconfiggere la paura oggi più che mai è necessario: pensare, schierarsi, senza ambiguità, prima che sia troppo tardi.
